“Anche la morte ascolta il jazz” di Valeria Biuso, recensione a cura di Angy C. Argent

jazz

 

Autore: Valeria Biuso

Genere: Romanzo

Data di pubblicazione: 25/09/2017

Ebook: Euro 9,99

Cartaceo: Euro 14,45

Numero di pagine: 344 (copertina rigida)

Editore: Ianieri Edizioni– Collana Forsythia

 

OGGI PARLIAMO DI:

Valeria Biuso

Valeria Biuso è un’appassionata di letteratura francese e americana. Si specializza nello studio delle lingue e delle letterature straniere, frequentando l’Alliance française, la Sorbonne di Parigi e l’Università di Pisa. Scrive racconti, disegna e guarda troppi horror e serie tv.
Pubblica, nel settembre 2017, per Ianieri Edizioni il romanzo “Anche la morte ascolta il jazz”.

TRAMA

La storia si svolge a New York alla fine degli anni quaranta tra jazz, poesia beat, moda, esoterismo e controcultura hipster. Questo è l’ambiente creato dall’autrice per far vivere il nostro protagonista e che calza a pennello alla personalità di William Brooks, un giovane scrittore alla ricerca d’ispirazione e di se stesso con un romanzo nel cassetto che vuole portare a termine. Per vivere scrive per il Partisan Review, la rivista più radicale di New York, e questo mestiere lo avvilisce: lui, che ha letto di tutto per farsi un’idea di come hanno fatto i grandi scrittori a divenire tali e per confrontarsi con la vera scrittura, è costretto a recensire in modo favorevole scrittori mediocri, rispettabili imbrattacarte, che ottengono anche consensi dal pubblico ed editori disposti a pubblicarli. Ha una relazione contorta con Dahlia, una ragazza ricca, annoiata ed egocentrica. Frequenta i locali storici del bebop e i suoi amici sono morfinomani, perdigiorno e hipster.  Ha una famiglia che lo ama ma lui si sente oppresso dai familiari; soprattutto vive un conflitto con il fratello elevato a soggetto esemplare dal loro padre. Esempio che William non condivide: il fratello è un ubriacone, litiga spesso con la moglie e vive una vita mediocre. In realtà Phil, il fratello, è una persona che pur avendo molti difetti non si lascia sopraffare dai problemi, combatte e cerca di risolverli; al contrario, il ritratto di William è quello di un uomo avvilito, insoddisfatto, sognatore e poco incline a cambiare. È un uomo frustrato, che vede il suo fallimento ma che pecca in qualche modo di snobismo intellettuale: critica gli altri e in fondo pensa che è molto meglio la sua vita, anche se incasinata, della loro. C’è una finta modestia in quest’uomo che, mentre si affligge dandosi la colpa delle sue sventure, in pratica non ascolta nemmeno i consigli degli altri perché, in fondo, lui si sente superiore.  Il quadro che ne emerge è desolante: ogni personaggio del libro è una solitudine che sfiora quella del protagonista William, quasi che non esistesse vera amicizia o vero amore nella vita. In realtà è proprio lui a fuggire dagli amici, dalla realtà. Buona parte del romanzo è incentrata sui pensieri dell’uomo, le sue riflessioni, la sua disillusione e amarezza che vanno a braccetto con una buona dose d’ironia.

Solo l’inaspettato incontro con un lontano parente, il misterioso Noah, riesce però a scuoterlo dal torpore in cui vive da tempo. Noah è un uomo distinto, un viaggiatore e un grande affabulatore che dimostra una inusuale conoscenza della filosofia e della vita. William ne è ammaliato e i suoi discorsi gli fanno intravedere uno spiraglio di luce nelle tenebre in cui versa la sua misera vita. Ma chi è, in realtà, Noah?

William perde il lavoro al Partisan a causa di un viaggio che intraprende con i suoi amici storici alla ricerca di Dahlia a Los Angeles. Poi, anche la storia con Dahlia finisce a causa di una incomprensione.

Riesce a ottenere un lavoro, che accetta malvolentieri, come venditore di bibite sui treni e incontra Tine, una

ragazza che professa l’amore libero e vive con leggerezza ogni situazione.

A questo punto, se prima era un uomo disilluso e stanco, artista insoddisfatto e votato alla malinconia e alla negatività, il suo spirito diventa ancor più affranto, rassegnato e gli eventi precipitano, come l’umore del protagonista: perde anche questo lavoro e finisce la relazione con Tine.

Il finale non lo dico per non fare spoiler ma posso dirvi che vi farà riflettere su quel senso della vita tanto cercato dal nostro protagonista. Riuscirà William a dare uno scopo alla sua vita? Finirà di scrivere il suo romanzo?

Vi lascio con due citazioni dal libro che, a mio avviso, ne rappresentano l’essenza:

“Mi ero illuso che le cose potessero essere facili, commettendo l’errore più stupido, tipico di chi ha disperatamente bisogno di semplicità. Passavo la vita a ingarbugliare matasse su matasse, credendo fino all’ultimo nodo di poter mantenere il controllo, che in una maniera o nell’altra si sarebbero sciolte. Le matasse, però, non si sbrogliano da sole ed è difficile ritrovare il capo del filo in mezzo a tanti grovigli.”

«L’uomo è nato libero e ovunque è in catene… Rousseau. Ovunque si è schiavi, William. La libertà è un’utopia. Quando accetterai questa verità, saprai di essere pronto. Secondo me, devi soltanto smetterla con questa dispersione. Ti basta scegliere, consapevole dei limiti dell’arbitrio, per convertire l’astratto della possibilità nel concreto della responsabilità. Se rimani fermo alle prospettive mentali della logica e del sogno razionale, sei condannato all’indifferenza: ti sembra di poter cambiare, t’illudi a proposito di un’evoluzione, ma in realtà stai solo disperdendo buone possibilità…»

 

LEGGERE: sì/no

PREMESSA:

Prima di dirvi se leggere o meno questo libro devo fare una premessa: questo romanzo a me è piaciuto tantissimo perché offre molti spunti di riflessione e si presta a differenti punti di vista. L’ho letto due volte, non escludo che ve ne sia una terza, e mi sono imbattuta in aspetti che non avevo considerato la volta precedente. Queste peculiarità, secondo il mio modesto parere, sono proprie dei grandi romanzi.

Sì: se volete immergervi nella New York anni quaranta, nelle atmosfere abilmente descritte dall’autrice, deliziarvi con una scrittura fluente ed elegante e far parte di un viaggio metaforico. Sì, se siete persone curiose, se vi ponete molte domande, se anche voi vi sentite, a volte, un po’ fuori dal coro. Sì, perché i personaggi sono tutti ben caratterizzati, al punto che mi ci vorrebbe un capitolo intero per raccontarveli tutti: i gemelli, Dahlia, Tine e si suoi amici, compreso un certo Roy che William non sopporta ( ed è interessante scoprire perché) e sono fondamentali per capire il mondo di William e di conseguenza il romanzo. Ogni aspetto che viene preso in considerazione è un pezzo del puzzle. Non a caso la storia inizia presentandoci William seduto in un fumoso locale dove suonano jazz e i personaggi che gli sono intorno: sono un emblema del disagio esistenziale vissuto dal protagonista e da un’intera generazione.

Sì, perché dovete scoprire chi è Noah.

No: onesta come sempre devo sconsigliare il libro a chi apprezza una narrativa più superficiale, meno impegnativa. Chi vuole subito capire la trama e non ama avventurarsi nei meandri psicofilosofici del romanzo.

Non ho contestato, all’autrice, l’eccessivo dilungarsi sulle elucubrazioni mentali del protagonista né sulla vivida e dettagliata descrizione di scene, paesaggi, stati d’animo e sentimenti, perché sono parte attiva del romanzo, sempre secondo il mio punto di vista, ma capisco che per molti lettori possano costituire un ostacolo alla facile comprensione.

Vi consiglio comunque di leggerlo. Sarebbe un peccato perdere la possibilità, che William invece si è concesso, di leggere un libro che è portavoce di ciò di cui dovremmo andare fieri: il nostro patrimonio linguistico.

 

Angy C. Argent

 

recensione

Autore dell'articolo: Angy Argent

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